Lunedì, 11 Dic 2017
 
 
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Fattorie sociali
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  1. Fattorie sociali e inclusione sociale


La funzione terapeutico-riabilitativa del processo produttivo agricolo

 

Tralasciamo volutamente una serie di considerazioni legate al fatto che - essendo una fattoria sociale un sistema aperto in grado  di tenere insieme persone con problematiche varie, operatori, cittadini-clienti, alunni, etc. -  la qualità e la quantità delle relazioni che si attivano ed il meticciato(integrazione) che si crea hanno degli indubbi riverberi (multidirezionali, tra l’altro) in primis sulle persone svantaggiate, ma anche sui fruitori o i consumatori, gli stakeholders, la comunità locale.  Si pensi al tema dello stigma evidenziato nella tabella precedente: è chiaro che lo scambio quotidiano tra cittadini-consumatori che privilegiano i prodotti biologici della fattoria e le persone svantaggiate che vi lavorano, da una parte contribuisce a mitigare la tendenza all’isolamento di chi presenta problematiche psico-fisiche e dall’altra aiuta a combattere pregiudizi, stereotipi, visioni distorte o semplificate in quei cittadini che altrimenti non avrebbero mai incrociato “la diversità”.

Caratteristica del tutto peculiare delle attività agricole è quella di svilupparsi in uno stretto rapporto tra l'uomo e le piante o gli animali. Tra i primi a realizzare che attraverso la peculiare relazione tra uomo e natura che si viene a determinare nelle attività di coltivazione e di allevamento si potessero perseguire obiettivi di carattere terapeutico per soggetti affetti da patologie della sfera psichica, mentale o comportamentale vi fu nel XVIII secolo Benjamin Rush, considerato uno dei padri della psichiatria americana. Ma è solo a partire dagli anni trenta del XX secolo che si cominciano a diffondere prima all'interno degli ospedali psichiatrici poi gradualmente in ambienti esterni i programmi terapeutici e di riabilitazione basati sulla cura delle piante. Nel dopoguerra nasce e si sviluppa nei paesi anglosassoni una vera e propria disciplina curativa che coniuga competenze mediche con quelle botaniche: si tratta dell'Horticultural Therapy, solo da pochi anni tradotta come "terapia assistita con le piante". Analogamente, a partire dagli anni ottanta si sviluppa un crescente interesse verso forme terapeutiche assistite con gli animali.

I punti di forza di questi percorsi di intervento terapeutico risiedono in alcune prerogative specifiche delle attività colturali e di cura degli animali.

In primo luogo queste hanno a che fare con elementi familiari, quali sono appunto le piante e gli animali, e pertanto agevolmente 'riconoscibili' anche da individui con limiti o difficoltà di natura cognitiva o psichica. Si tratta inoltre di elementi che non discriminano e, soprattutto per quanto riguarda le piante, non presentano caratteri di minacciosità nei nostri confronti. Tali aspetti, solitamente trascurati, rappresentano importanti proprietà delle attività agricole in chiave sociale, ovvero quando l'obiettivo è anche quello di un coinvolgimento attivo di soggetti svantaggiati. Uno studio condotto nelle carceri del Lazio, ovvero in ambienti dove le relazioni umane sono segnate da un'elevata diffidenza, ha evidenziato come per i detenuti che partecipano ai lavori agricoli all'interno del carcere la caratteristica di 'sincerità' delle piante rappresenta uno dei principali fattori di preferenza per questo ambito lavorativo. Tale caratteristica è alla base anche delle proprietà terapeutiche delle relazioni tra uomo e animali, sebbene in questo caso una certa 'minacciosità' può essere percepita da soggetti fragili. Nel caso dell'accudimento di animali, come avviene nelle attività di allevamento, la relazione tra soggetto individuo e l'animale può assumere caratteri di maggiore intensità. Diversamente da quanto non accada per le piante, agli animali, avvicinandosi maggiormente al tipo cognitivo dell'individuo, viene riconosciuta una identità individuale sancita dall'assegnar loro un nome "proprio" che consente di stabilire delle relazioni più intense e reciproche di quanto non accade con le piante.

Un'ulteriore aspetto dell'agricoltura che assume interesse nella prospettiva di generare attraverso le attività agricole dei benefici di carattere sociale riguarda l'aver a che fare con tempi biologici. L'arco temporale in cui si sviluppano i processi di produzione agricoli, per quanto variabile, è generalmente molto lungo rispetto a quanto non avvenga nel settore secondario o nel terziario. Il progresso tecnico è sì riuscito in alcuni casi ad abbreviarlo, ma in misura limitata.

Fare agricoltura implica inoltre movimento fisico.

Oltre a quella sensoriale, anche la dimensione motoria dell'individuo viene continuamente sollecitata; le mansioni sedentarie sono molto limitate e ciò viene considerato un aspetto rilevante nel caso di soggetti con patologie di tipo mentale o della sfera psichica che si ripercuotono negativamente, con diverse modalità, anche sulla sfera motoria.

L'interazione con organismi viventi presenta altri aspetti interessanti nella prospettiva di una finalità sociale delle attività agricole. Proprio perché le piante coltivate e gli animali allevati sono esseri viventi, ciascuno è diverso dall'altro. Ciò determina che nell'eseguire delle operazioni colturali, o di cura degli animali, anche le più semplici, intervengano momenti che si potrebbero definire "micro-decisionali". Una semplice operazione come l'annaffiatura manuale di piante in serra, ad esempio, richiede una qualche valutazione sulla quantità d'acqua da erogare a ciascuna pianta prima che si passi a quella successiva. L'espianto di erbe infestanti da un orto dove sono presenti ortaggi in accrescimento genera delle scelte continue in merito alle specie da estirpare e a quelle da lasciare, che determina un piccolo momento decisionale per ciascun atto di estirpazione eseguito. Analoghe considerazioni possono riguardare le operazioni di raccolta, di taglio di prati e così via. Ancora, la presenza di una micro-decisionalità diffusa non costituisce certo un aspetto di interesse nell'ambito dell'agricoltura 'ordinaria', ma lo può diventare quando l'obiettivo dell'attività agricola è anche quello di inclusione di soggetti svantaggiati. In tal senso è accaduto che persone affette da gravi difficoltà cognitive quando coinvolte in attività colturali abbiano rivelato capacità decisionali' totalmente sconosciute prima.


La funzione occupazionale nei confronti di fasce deboli

 

Nell'ambito delle funzioni di utilità sociale potenzialmente erogabili da programmi agricoli quali quelli condotti nelle fattorie sociali è opportuno - a livello descrittivo e concettuale - tener distinte le iniziative a finalità terapeutico-riabilitativa da quelle che mirano all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. La prima alimenta discipline quali l' horticultural therapy e anche il fenomeno dellecare farms olandesi o i programmi di green rehabilitation realizzati, ad esempio, in Svezia.

In questo paragrafo ci soffermiamo sulle possibilità da parte delle imprese agricole ad esplicita finalità sociale, di promuovere occupazione per soggetti svantaggiati e di contribuire in questo modo a ridurre l'esclusione sociale nelle aree rurali.

Per i soggetti svantaggiati la sfida occupazionale rappresenta uno dei passaggi più difficili e complessi da affrontare. Richiede sforzi comuni e congiunti di più soggetti al fine di superare le oggettive difficoltà posta dal normale funzionamento del mercato del lavoro.

I mercati del lavoro, infatti, non riescono ad 'accorgersi' delle capacità produttive di persone che – alla luce di un paradigma valutativo efficientista – hanno tali capacità compromesse (ad esempio, le persone con disabilità) o che hanno compromesso la fiducia nei loro confronti da parte della collettività compiendo atti che li hanno temporaneamente esclusi dal contesto sociale (è il caso dei tossicodipendenti o dei detenuti). La sostanziale esclusione dal mercato del lavoro di tali soggetti si configura, per usare un termine sempre più diffuso tra gli economisti, in un 'fallimento' di tale mercato nel senso che nel loro funzionamento ordinario il mercato del lavoro emargina risorse umane pur capaci di partecipare ai processi di produzione, seppure a volte in condizioni di relativa protezione.

In linea generale, la condizione di svantaggio viene interpretata dai datori di lavoro come uno status comunque inadeguato ad un coinvolgimento lavorativo del soggetto che ne è portatore. Tale comportamento dipenderebbe da una carenza di informazioni sulle reali abilità dei lavoratori svantaggiati e da specifiche esigenze formative di cui tali lavoratori necessiterebbero e che rappresenterebbero un costo aggiuntivo per il datore di lavoro.

Al di là, quindi, della battaglia più generale da fare, suffragata, lo ricordiamo, da una legge nazionale ben precisa e che riguarda l’assunzione di persone svantaggiate in contesti di lavoro privati e pubblici, la fattoria sociale rappresenta un’opportunità transitoria o strutturale di recuperare il rapporto strategico tra autonomia, diritti, occupazione, reddito.